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Rassegna Stampa
GLI ANNI TRENTA
Occhiali negli anni trenta: parte alla grande "il sole"
Occhiali da soleNegli anni
Trenta il bisogno di proteggere la vista dalla luce abbagliante del sole, dai riflessi dell'acqua in movimento e dal bianco delle nevi, rese addirittura indispensabile l'uso delle lenti colorate, in questo caso montate su fusti di materiale sintetico (come la celluloide, non soggetta a surriscaldamento come succedeva, invece, alle montature di metallo che diventavano importabili). Anche sulle riviste, con gli ultimi modelli di abiti consigliati per il mare e la spiaggia, comparvero occhiali da sole per signora in celluloide bianca o trasparente: occhiali che lentamente si avviavano a divenire un accessorio indispensabile al look per così dire sportivo-elegante. Le forme variavano dal triangolare all'ottagonale e la rivisitazione di qualche modello li avvicinava a occhiali da motociclista o da saldatore. Normali quelle con lenti marrone e montatura di celluloide "uso" tartaruga, eccentrici quelli a forma di corolla di fiore. Una variante alle montature di "serie" era rappresentata da quella sempre in materiale sintetico, un po' più ampia e che al posto delle astine (stanghette) presentava una fessura, ideale per far passare il foulard da annodare sulla nuca: un tocco di colore ton sur ton con l'abito che si indossava. E poiché aria e sole potevano danneggiare il contorno occhi, alle signore degli anni Trenta gli occhiali da sole venivano vivamente consigliati per ovviare a spiacevoli rughe antiestetiche e precoci. Ecco perché, insieme a creme abbronzanti, nutrienti e curative, in quegli anni gli occhiali comparvero sempre più di frequente come una protezione indispensabile per la salute della propria pelle. Tra tutti i modelli, quelli in celluloide bianca con lenti blu furono un vero trionfo.

E per gli uomini?
Per gli uomini nessuna frivolezza: l'occhiale per loro era soltanto simbolo di serietà. Gli occhiali, infatti, rappresentavano un modo per ostentare il proprio "status",Occhiali da sole il proprio ceto sociale, insomma, un qualcosa da esibire a ogni costo. Le lenti, invece, erano aborrite dai giovanotti italiani, perché ammettevano palesemente un'inferiorità. Il regime fascista addirittura disdegnava gli occhialuti, soprattutto nel caso appartenessero alla categoria degli intellettuali. Infatti, la dottrina di Mussolini propugnava ideali di forza e di superomismo ai quali mal si sarebbero sposati un paio di occhiali sul naso volitivo. Si narra che il Duce avesse fatto adattare, per la sua segretaria personale, una macchina da scrivere con le lettere dei tasti ingrandite, perché "Lui" non dovesse ricorrere agli occhiali per leggere le quotidiane note informative. Scrittori, artisti, uomini politici, ostentavano occhiali dalle montature rotonde con o senza astine, di metallo o di celluloide nera, seri e impersonali, resi famosi se indossati da personaggi come Bertold Brecht, il commediografo tedesco. Le Corbusier, invece, disegnò la sua personalissima montatura, che divenne nota come "ammiccamento d'intesa" tra gli allievi, ammiratori, simpatizzanti, seguaci e studiosi delle rivoluzionarie teorie di uno dei massimi esponenti del design e dell'architettura del XX secolo.
Anche gli occhiali da sole per uomo assunsero una connotazione di serietà. Le uniche bizzarrie erano concesse agli sportivi, per i quali continuò una produzione specifica e mirata. In montagna le lenti gialle aiutavano a proteggersi dal riverbero sulla neve. Mentre in motocicletta, mezzo ai tempi sempre più in uso, l'utilizzo dell'occhiale divenne assolutamente indispensabile: occhialoni enormi e super protettivi, proprio come i corridori automobilistici, dai quali i "centauri" adottarono casco di cuoio e berretto a visiera, oltre che, appunto, gli occhiali.

Usi e costumi a "stelle e strisce"

Anche grazie al contributo degli americani, l'uso degli occhiali divenne consuetudine. E ciò, proprio per merito dei gangster del proibizionismo, i quali, approfittando delle loro proprietà "mascheranti", inforcavano scure lenti fumé che li rendevano criminalmente popolari non solo nei film. In doppiopetto scuro, con le Duilio ai piedi nella versione tinta unita o bicolori (marrone e crema o nere e bianche), l'impermeabile stretto in vita e l'immancabile cappello a tesa larga, con o senza sigaro in bocca, ma sempre con gli occhiali scuri, per occultarsi, e qualche pistola infilata nelle tasche o nella fondina sotto l'ascella. Fu proprio così che la figura del gangster italo-americano entrò nella leggenda, anche grazie alla divulgazione che ne fece il cinema americano. Inoltre, sempre restando negli States, i responsabili dell'aviazione militare si rivolsero alla Bausch & Lomb, una delle più importanti fabbriche americane di lenti, per risolvere il problema della luce abbagliante per i piloti dell'aeronautica quando volavano ad alta quota. Venne dunque ideato quel particolare tipo di occhiale da sole, con lenti verdi a goccia con una curvatura per l'assorbimento dei raggi solari, che anche il generale McArthur inforcava nelle sue missioni durante la seconda guerra mondiale. Usciti dopo la guerra dallo stretto ambito militare, furono universalmente riconosciuti, usati e apprezzati come Ray-Ban, concettualmente traducibile in "para-raggio" - solare, ovviamente. Corollario degli occhiali da sole, succedanea in situazioni sportive, con funzioni protettive era la visiera arrotondata di celluloide verde, tenuta sulla fronte da una fascia elastica che passava dietro alla nuca; venne usata dai tennisti, per i quali gli occhiali da sole avrebbero rappresentato un serio impiccio. In ambito meno oculare, la stessa visiera veniva utilizzata dai giocatori d'azzardo, dai "pokeristi", per proteggersi da sguardi indiscreti oltre che dalla luce artificiale, durante le lunghe nottate trascorse ai tavoli verdi del gioco clandestino.

Da Seneca alla fine del XVII secolo

Elmetto da GuerraSeneca, precettore di Nerone, sapeva che piccoli oggetti osservati attraverso una sfera di vetro colma di acqua apparivano ingranditi. Plinio, invece, nei suoi scritti diceva che Nero princeps gladiatorum pugnas spectabat in smaragdo, forse perché un certo "taglio" dello smeraldo consentiva un ingrandimento casuale o forse perché il verde di questa pietra fungeva da riposante per la vista. I Romani poi utilizzavano un particolare elmetto da guerra, ocularium, che in corrispondenza degli occhi aveva uno o due fori coperti da cristalli per proteggerli dalla polvere.



Occhiali fessurati in legno (Australia, 1989)

Il fisico arabo Ibn Al Haitam detto Alhazen (vissuto tra il 990 e il 1038), e due secoli dopo Ruggero Bacone (1214-1294), si avvicinarono alla scoperta della lente, ma rimanendone a un passo: insistevano nel porre la lente sopra l'oggetto da ingrandire anziché direttamente davanti agli occhi. Si creò comunque una prima distinzione tra lente di ingrandimento, detta lapides ad legendum o pere da lazer a Venezia e gli occhiali detti vitreos ab oculis ad legendum o "roidi da ogli", molto diffusi alla fine del Duecento e considerati un accessorio indicativo del ruolo intellettuale e del rango di chi li indossava. Si dice che il primo vero occhiale sia comparso per opera di un artigiano vetraio rimasto ignoto, nel 1300, quando venne formalizzata una serie di norme della corporazione degli artigiani vetrai veneziani. Allora le lenti erano in cristallo di rocca o in berillio. Inizialmente fu severamente proibito ai vetrai di vendere sia gli occhiali che le lenti come fossero cristalli. Ma, dopo un anno circa, i sovrintendenti alle Arti permisero, a chi lo voleva, di fare i vitreos ab oculis ad legendum, così che questi prodotti divennero peculiarità degli artigiani vetrai veneziani. Poco tempo dopo in un suo manoscritto fra Giordano da Rivalto, morto nel 1313, dichiarava: "Non è ancora vent'anni che si trovò l'arte di fare gli occhiali che fanno veder bene".

Input a costruire occhiali e primi modelliOcchiale del Medioevo
I primi occhiali erano costituiti da due lenti rotonde cerchiate di cuoio riunite da due piccoli segmenti legati a un perno affinché rimanessero più stabili in viso. Due "legacci", sempre in cuoio, da annodarsi intorno al capo ne assicuravano maggiormente la fermezza. Nel Medioevo a stimolare la costruzione di occhiali non furono certo le necessità degli studiosi, all'epoca una rarità, bensì il numero di contabili in continuo aumento grazie al crescente progresso sociale ed economico del tempo. Ebbene, fu proprio la necessità di leggere nitidamente pagine intrise di numeri e ordinativi a segnare la storia degli occhiali. I primi occhiali avevano lenti convesse e correggevano solo la presbiopia dei vecchi. Anzianità era sinonimo di saggezza e il più grande omaggio reso a un uomo di rispetto era ritrarlo con un paio di occhiali inforcati sul naso. Gli occhiali, da allora, assunsero un valore allegorico e, inoltre, diventando attributo tipico di San Gerolamo, considerato precursore dell'Umanesimo cristiano, si arricchirono del significato simbolico allusivo alla "vista" di chi sa intuire chiaramente la verità.

Folli allegorie

Nel Quattrocento comparvero anche le prime lenti concave per i miopi e l'esigenza di creare un sistema ancor più idoneo che a contenerle divenne urgente, perché non servivano più solo per la lettura. Furono fermati dietro le orecchie da un'asola di cuoio passante e sulla fronte da un sostegno verticale di metallo che curvandosi si affrancava alla testa con un berretto o con una fascia frontale. Da alcune tracce di rapporti epistolari tra nobildonne e nobiluomini dell'epoca si rileva che il commercio e l'uso degli occhiali erano all'epoca molto diffusi (Alessandra Maccinghi Strozzi li citava nelle sue lettere al figlio; il duca Francesco Sforza ordinò per lettera a Niccodemo Tancredini tre dozzine di occhiali, un documento che tra l'altro comprova che anche Firenze si stava specializzando negli occhiali). Tra il Quattrocento e il Cinquecento agli occhiali venne attribuito anche un valore demoniaco: gli occhiali divennero superbo attributo di Lucifero. Mentre per le allegorie magiche del Nordeuropea del XVI secolo, legate all'alchimia, a scienze occulte e ermetismo, gli occhiali divennero caratteristica distintiva del folle. La tradizione popolare, infatti, rappresentava i dotti, i sapienti e gli studiosi diventati matti - giacché vittime della troppa cultura - con cappuccio tintinnante di campanelli e con gli occhiali.

Un occhiale per tutti, dagli antichi sportivi alla nobiltà barocca

Nei secoli seguenti, l'impiego di molle e passi flessibili assicurarono gli occhiali sul naso,Occhiali da tempia e vennero impiegati materiali più leggeri. Il legno e il corno (pesantissimi) provocavano, infatti, nasi gonfi e insopportabili emicranie. Nel XVI secolo i modelli con le stringhe di cuoio per legarli intorno alla testa assunsero connotazioni sportive, assolutamente impensabili all'epoca: i pescatori siciliani li usavano tuffandosi per la raccolta del corallo. L'occhiale divenne uno degli oggetti più preziosi nella mercanzia dei venditori ambulanti. Nel secolo barocco, oro e argento finemente cesellati, incastonati di gemme, adattarono gli occhiali al gusto ridondante dei ricchi e dell'epoca. Nel Seicento la lente singola tenuta da un manico prezioso era in auge per la lettura di corrispondenze galanti, per la "vista lunga" e per apprezzare anche da lontano le rappresentazioni dei teatri di corte. Nel frattempo fanno la loro comparsa gli occhiali da parrucca, con un prolungamento metallico per farli stare fermi davanti agli occhi, da infilare sotto la parrucca stessa o sotto il berretto. Un sistema talmente poco pratico che fu presto sostituito dall'invenzione degli "occhiali da tempia", ossia con le astine o stanghette, perfezionate e commercializzate intorno al 1727/1730 dall'ottico londinese Edward Scarlett. Inizialmente le stanghette non arrivavano fin dietro le orecchie, ma esercitando pressione sulle tempie garantivano comunque stabilità. Spesso erano invece dotate di anelli cui legare dei nastri da fermare poi dietro la testa, come era in uso nel Cinquecento e nel Seicento. E proprio in quel periodo nacque l'espressione "quattr'occhi e due stanghette", per definire un occhialuto.
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© 2002 - Andrea Solero