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| GLI
OCCHIALI DI GALILEO |
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Gli
"occhiali" di Galileo: problemi di restauro
Si deve a Galileo Galilei il perfezionamento
di un giocattolo per il quale l'occhialaio olandese Hans Lipperhey
aveva chiesto un brevetto nel 1608. L'inserimento di due lenti
in un tubo permetteva di vedere più vicini gli oggetti
lontani, ma gli Stati Generali rifiutarono la concessione del
brevetto perché giudicarono che il dispositivo fosse
facile, troppo facile a copiarsi. Infatti, nel giro di poco
tempo, anche altri ne reclamarono la paternità. Come
è noto, Galileo ne ebbe notizia da Paolo Scarpi, quando
alcuni esemplari di questi dispositivi già circolavano
in Italia. All'epoca, lo scienziato insegnava a Padova. Si mise
all'opera e, con la collaborazione, pare, di Marc'Antonio Mazzoleni,
produsse propri cannocchiali terrestri. Occorre precisare che
il cannocchiale galileiano è del tipo detto anche olandese,
consistente di una lente obiettiva convessa e di un oculare
concavo. L'oculare è sistemato in modo che la sua focale
interna coincida con quella della lente obiettiva. Ma, in realtà,
l'occhiale galileiano è non solo il risultato del perfezionamento
e potenziamento del tubo ottico: esso è un rivoluzionario
strumento di osservazione e scoperta, uno strumento straordinario
che permette l'estensione del senso della vista, un dispositivo
che cambierà la storia dell'astronomia e aprirà
la strada a sviluppi all'epoca inimmaginabili. Galileo costruì
il suo primo cannocchiale nell'estate del 1609, a Padova, ed
iniziò contemporaneamente le sue osservazioni. Di pari
passo, lo scienziato proseguì nell'opera di potenziamento
dello strumento, lavorando o facendo lavorare lenti migliori.
Mentre era facile costruire un cannocchiale, non era così
facile rendere le lenti capaci di maggiori ingrandimenti e nemmeno
perfezionarle: gli occhialai e i costruttori di lenti non possedevano
all'epoca le tecniche per farlo. I primi che ci riuscirono furono
Galileo in Italia e Thomas Harriot in Inghilterra. Galileo presentò
nell'agosto del 1609 al senato veneto il suo primo cannocchiale
potenziato, il che gli valse un miglioramento nel tenore di
vita e un aumento dello stipendio. Continuò poi a migliorare
il suo strumento, giungendo a costruirne alcuni capaci di oltre
30 ingrandimenti. Rimane insoluto il dubbio se Galileo costruisse
da sé i cannocchiali o se si facesse aiutare. Si sa però
che la politura delle lenti, Galileo la affidò a Firenze
a Ippolito Francini, a sua volta autore di lenti e cannocchiali
firmati in proprio. Lo scienziato pisano chiamò il suo
strumento "occhiale", lo presentò a Roma, all'Accademia
dei Lincei, dove fu battezzato "telescopio", perché
permetteva di vedere lontano. Con questo strumento, con lenti
lavorate prima a Padova, poi a Firenze da abili artefici, Galileo
osservò la luna e le sue montagne, le macchie solari,
Venere e le sue fasi, Giove e i suoi satelliti, i 'pianeti medicei',
come li chiamò Galileo, Saturno e le sue strane apparizioni.
Di queste straordinarie scoperte, rese possibili dal cannocchiale,
lo scienziato dette notizia nel Sidereus Nuncius, l'opera con
la quale acquistò immediatamente una fama enorme e che
egli dedicò a Cosimo de' Medici, assicurandosi così
l'agognato ritorno in Toscana e favori di ogni genere. In quanto
estensione di uno dei sensi, il cannocchiale ricoprì,
come è noto, un ruolo centrale nella rivoluzione scientifica
secentesca. Quello galileano, ancora primitivo, sarà
da altri ottici perfezionato nel corso del Seicento, ma rimane
in ogni caso il primo esempio di uno strumento ottico moderno
e segnerà l'inizio delle ricerche astronomiche e delle
osservazioni dell'universo. Ecco perché possiamo dire
di essere di fronte a strumenti straordinari, unici e preziosi.
I cannocchiali sono legati alle memorie galileiane e, come il
resto della collezione conservata nel museo di storia della
scienza, alla città di Firenze. Provenienti dalle raccolte
medicee, essi sono gli unici due strumenti ottici certamente
appartenuti allo scienziato pisano e passati nella collezione
della Casata fiorentina. Dalla Galleria degli Uffizi, dove la
gran parte della collezione era conservata, gli strumenti, nel
1771, passarono nel nascente Museo di Fisica e Storia Naturale,
oggi Museo di Zoologia della Specola, voluto da Pietro Leopoldo
di Lorena e inaugurato ufficialmente nel 1775. Nel 1807, nel
momento dell'inaugurazione del Liceo di Scienze Fisiche e Naturali
istituito dalla regina d'Etruria Maria Luisa, i due cannocchiali
furono montati insieme alla lente su un supporto arricchito
da una dedicatoria molto celebrativa. Nel 1841, con la costruzione
della Tribuna di Galileo all'interno della Specola, il trofeo
fu lì trasferito insieme alle altre reliquie galileiane
e agli strumenti più antichi. Dopo la Prima Esposizione
Nazionale di Storia della Scienza, avvenuta a Firenze, nel 1929,
gli strumenti scientifici antichi passarono nel neonato Istituto
e Museo di Storia della Scienza, aperto nel 1930 nella sede
di Piazza dei Giudici. Dei due cannocchiali, il primo è
costituito da una serie di listelli di legno incollati l'uno
all'altro in modo da formare un tubo. Esternamente il tubo è
ricoperto di pelle rossa con decorazioni in oro. All'interno
del tubo si trovano tre diaframmi distanziati l'uno dall'altro.
Alle estremità del tubo sono inseriti due cilindri estraibili,
muniti di diaframmi e contenenti rispettivamente la lente obiettiva,
biconvessa, originale, e la lente oculare, biconcava, secentesca,
ma non di Galileo. Il cannocchiale era in pessimo stato di conservazione.
La parte centrale presentava una marcata flessione, forse dovuta
all'uso prolungato: lo schiacciamento del tubo aveva provocato
la scollatura dei listelli di legno all'interno. Il tempo, gli
spostamenti, le non sempre buone condizioni climatiche ed espositive
hanno via via peggiorato lo stato dello strumento. La pelle
divenuta sempre più arida si è spaccata e le spaccature
si sono accentuate soprattutto nella zona centrale. Dal seicento
ad oggi il cannocchiale non era mai stato restaurato: aveva
assunto un significato simbolico, quasi mitico e era rimasto
intoccato e intoccabile. L'intervento di restauro è stato
compiuto nel 1996 e terminato in concomitanza con le celebrazioni
del trentennale dell'alluvione. E' stato sponsorizzato dal Soroptimist
International Club di Firenze, che ha inteso così ricordare
e onorare la memoria della sua socia Maria Luisa Righini Bonelli,
direttrice del museo fiorentino, che nel '66, durante l'alluvione,
aveva fortunosamente salvato i propri cimeli. Il restauro doveva
essere conservativo e di consolidamento, in modo da evitare
il degrado, rimediare i danni senza alterare, né modificare
in alcun modo la fisionomia e l'identità dello strumento.
Sergio Boni, un vero maestro nell'arte del restauro della carta,
ha affrontato con la serietà e la maestria che lo contraddistinguono
il problema. Ne ha studiato prima le diverse possibilità
e ha eseguito una serie di saggi preliminari. Dopo meditate
considerazioni, per risolvere lo schiacciamento dei listelli,
Boni ha trovato questa singolare ed efficace soluzione. Ha impiegato
una sottile camera d'aria, inserita per tutta la lunghezza del
tubo e gonfiata fino ad ottenere il sollevamento dei listelli
stessi che sono stati immediatamente fissati con iniezioni di
metilcellulosa. Le spaccature della pelle e le lacune sulla
superficie sono state saldate e integrate con vecchia pelle
sfibrata e applicata con metilcellulosa. Anche i diaframmi all'interno
del tubo sono stati consolidati con metilcellulosa. Le montature
di legno delle lenti erano vistosamente corrose dai tarli. Esse
sono state disinfestate e quindi integrate con carta giapponese
di medio spessore, "cotonata" e applicata con metilcellulosa,
in modo da consolidare perfettamente la struttura dei cilindri
scorrevoli. Il consolidamento così ottenuto è
il risultato di tentativi sperimentali che hanno prodotto un
metodo completamente nuovo e originale, ideato da Sergio Boni,
e assolutamente reversibile. Le saldature e le integrazioni
sono state poi ritoccate pittoricamente a neutro. Infine la
pelle è stata protetta con crema di cera. Il secondo
strumento è costituito da due mezzi tubi di legno ricoperti
di carta e tenuti insieme da fili di rame. Anche questo cannocchiale
era in pessimo stato di conservazione: il legno povero tarlato,
la superficie dei tubi spaccata in più punti, la carta
assai rovinata. Le montature delle lenti obbiettiva e oculare,
entrambe originali, erano anch'esse molto rovinate e presentavano
vistose lacune. Questo cannocchiale, inoltre, era associato
tradizionalmente al nome di Galileo, ma non esistevano prove
concrete di questa associazione. Il delicato restauro, effettuato
dallo stesso Sergio Boni nel corso del 1997, ha permesso un
consolidamento delle parti più cedevoli realizzato con
metilcellulosa e pasta di carta giapponese. La pulitura, inoltre,
ha reso possibile la lettura di parti finora non chiare. Così
è emersa l'indicazione manoscritta che collega direttamente,
e non più ipoteticamente, lo strumento a Galileo. Infatti,
sulla montatura della lente obbiettiva, si legge l'indicazione
"dist: focal
piedi 3 p
". La calligrafia
è senza dubbio quella di Galileo e la misura è
quella padovana. Lo strumento quindi può essere con buona
probabilità collegato al periodo padovano dello scienziato,
potrebbe essere uno dei primi da lui costruiti, dato anche il
carattere così povero e primitivo dello strumento, e
potrebbe essere stato portato a Firenze direttamente da Galileo
quando vi fece ritorno nel 1610, come matematico primario del
Granduca. In conclusione, siamo di fronte a interventi di restauro
che non solo si segnalano per aver affrontato con grande serietà
e professionalità oggetti di tale rilievo, ma anche hanno
permesso la decifrazione storica e scientifica di due strumenti
che, proprio per il loro essere legati al "mito" Galileo
poco erano stati approfonditi scientificamente. Il restauro
li ha quindi restituiti non solo alla conservazione museale,
ma anche al mondo della ricerca e della scoperta al quale appartengono
di diritto.
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